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.:. piccolo corso di fotografia e tecnica fotografica .:.

perché questo piccolo manuale di tecnica fotografica

Per dare un piccolo contributo a coloro che desiderano fare un piccolo passo ed entrare nel mondo della fotografia, lasciando alle spalle lo scatto 'turistico', ingenuità che fa la fortuna di negozi e costruttori di macchine fotografiche, e la caccia scattatutto, forma morbosa di approccio al ricordo personale.
Un piccolo passo, a volte insormontabile, che costringe ad una predisposizione mentale volta a sfruttare un linguaggio comunicativo, tralasciando la semplicistica e pura annotazione del ricordo personale.
Nessuna ambizione di insegnare qualcosa, men che meno ai professionisti della fotografia o della comunicazione.
In questi appunti la nostra meta, modesta ma non facile, è riuscire ad esprimere la nostra creatività per donarla (comunicarla) a qualcun altro, guardando con ammirazione, senza invidia, l'arte.

parliamo di fotografia!

E parliamo di comunicazione, di linguaggio, di arte, di espressione dando per scontate le problematiche tecniche/meccaniche e la descrizione di attrezzature per le quali, oltretutto, vi sono numerosissime risorse disponibili sia nel web che in riviste e libri.

Pertanto tra queste pagine non troverete discorsi e consigli 'tecnici' su come far funzionare una macchina fotografica, valutazione e uso di obiettivi, tecniche-tecniche di ripresa, uso di flash e disposizioni delle luci e tutto quello che fa manualistica tecnica in fotografia.
E' un discorso-discorsivo sul linguaggio fotografico, con un po' di (modesta) esperienza personale, orientato alla consapevolezza comunicativa di questo mezzo per cercare di uscire dall'ormai ritrita fotografia fine a se stessa.

Anche in questo linguaggio, come per il linguaggio scritto, ci sono regole, regolette e convenzioni, nonché abitudini culturali.

E' bene usare le regole grammaticali anche per una semplice foto ricordo, anzi proprio in questa situazione la regoletta fa la differenza tra una foto banale ed una con un certo fascino.

La nostra convenzione culturale di lettura di un testo (e quindi anche di una foto o di un dipinto) è da sinistra verso destra.
Essa è dovuta a motivi storici, come per la scrittura su carta o, almeno, su materiale morbido dove è più facile trascinare lo strumento di scrittura.

Fotografare è come scrivere, con le immagini al posto delle parole. La fotografia è scrittura con la luce, lo strumento più importante a disposizione del fotografo.
L'immagine (fotografica nel nostro caso) è un 'media' e come tale trasporta informazioni 'proprie ed esclusive', non riproducibili con altri media. Sono queste informazioni 'proprie' non riproducibili con un altro media, che naturalmente può mediare altri tipi di informazioni non riproducibili con la fotografia, gli elementi da saper cogliere e valorizzare.
Per esempio: possiamo ben descrivere un bel tramonto con una poesia, che ci condurrà su piani metafisici irraggiungibili, oppure con un dipinto, che può concretizzare metafisicamente la percezione, oppure una fotografia, che ci rivelerà la concretezza fisica puntualissima di qualcosa che magari va al di là di quanto possiamo sognare.
Come non pensare ad un tramonto dolomitico ripreso dalla cima del Nuvolau, con il sole che cala oltre la Marmolada, magari con i fondovalle invasi dalle nebbie e la parete nord-ovest della Civetta dipinta di rosso. Nulla al mondo si avvicina a tale spettacolo, quasi irreale e fantascientifico, eppur così concreto che solo la fotografia può testimoniare in maniera scientifica ed oggettiva.

Detto questo, come per tutte le regole, come per quelle di scrittura creativa, emotiva, autobiografica, istituzionale, ecc..., la regola stessa va 'digerita' e dimenticata.

Cioè quando ti metti a fare una foto non devi star lì a pensare alle regole, deve venirti come una tua ispirazione profonda, che si basa però sull'esperienza e sull'affinamento della sensibilità verso quel mezzo di comunicazione.
E' cioè importante essere consapevoli di queste cose e cercare di dominarle. Al contrario il messaggio 'puzza' di accademismo.

la regola dei terzi

Immagina di dividere il fotogramma in tre parti, vi sono perciò due linee immaginarie che stanno all'interno della foto.
Su queste linee immaginarie va collocato il soggetto principale della foto.
Le due linee (in tratteggio nel disegno) possono essere verticali (per le foto panoramiche) e/o orizzontali (per le foto in verticale).
Va ricordato sempre il verso di lettura dell'immagine, da sinistra verso destra.

Dunque, in una foto possiamo mettere il soggetto principale sulla linea del terzo di sinistra in questo modo:

fotografia

soggetto a sinistra (leggermente rivolto verso il centro) e sfondo al centro e sulla destra.

Percepiremo prima il soggetto e poi lo sfondo ed avremo una sensazione di apertura, di andare verso..., quindi di spazialità.
Ottima 'posa' per una foto ricordo davanti ad un monumento o un bel paesaggio, quasi una 'presentazione' di quanto il soggetto ha visto e di quanto gli è rimasto nei ricordi della sua memoria.


Se invece mettiamo il soggetto sulla destra (sempre leggermente rivolto verso il centro, quindi verso sinistra in questo caso) in questo modo,

fotografia

percepiremo prima il paesaggio (o sfondo) e poi il soggetto.
Questo potenzia la sensazione di intensità del soggetto, di qualcosa che va verso il soggetto, e di conseguenza anche verso colui che sta guardando la foto.
L'esempio può essere interessante per dare intensità ad un ritratto in primo piano facendo convergere le forze nella profondità del soggetto anziché verso il paesaggio.


Ma il soggetto può essere disposto anche in questo modo:

fotografia

nel terzo a sinistra e nel terzo in basso rispetto all'orizzonte, magari con il soggetto preso leggermente dall'alto. E qui giocano prepotentemente di forza i grandangolari spinti...
Straordinario effetto di spazialità in cui il vero protagonista diviene il paesaggio, arricchito in questo caso dalla presenza del soggetto che serve a dare gli ordini di grandezza.
Questa posa è utile, ad esempio, per ritrarre un piccolo soggetto inserito nel suo ambiente naturale: viene spontaneo immaginarsi un fiorellino.
Inoltre, sfruttando le linee orizzontali superiore ed inferiore, si può giocare a ritrarre, ad esempio, il cielo sul mare o sulla terra.

Se metto la linea dell'orizzonte in alto darò forza alla terra o al mare sotto, se invece metto la linea dell'orizzonte in basso esalterò il cielo e le nuvole.

fotografia fotografia

Ed ecco invece come tipicamente si comporta chi non conosce queste semplici regolette:

fotografia

Il soggetto è statico e rigido, non c'è interazione con l'ambiente, la foto è banale.

Sia chiaro, non è un errore in sé, si potrebbe sfruttare positivamente questo genere di posa.
E' un tipo di composizione estremamente difficile da far risaltare bene.
Ad esempio è molto sfruttata da chi fotografa con il formato quadro 6x6 (vedi matrimoni...), però richiede molta esperienza e bravura altrimenti si rischia la banalità, come succede sempre ai dilettanti della foto ricordo.

Tempo fa, al castello di Malcesine, ho visto un acquerello di Goethe che ritraeva il castello mentre sotto, quale confronto, vi era una foto ripresa dal medesimo posto.
Il Goethe era un dilettante di pittura, però qualche nozione l'aveva.
Infatti ha messo il castello sulla sinistra ed un ampio sprazzo di lago dando una bellissima sensazione di spazialità. Il fotografo, professionista in quanto sa usare il mezzo, ma di certo non per arte, ha piazzato il castello proprio nel mezzo della, inevitabile a questo punto, orribile foto.

vedi anche il capitolo

la fotografia come tecnica di comunicazione

Il punto essenziale è essere 'coscenti' di cosa e perché si vuole fotografare. E questo pensando al per chi si fotografa.

Può capitare anche al dilettante (e molto spesso anche al professionista) di fare una buona foto, però anche nel caso di una apparente buona foto, ad uno smaliziato che la vede non sfugge di capire se è frutto di casualità e fortuna o se invece l'autore voleva trasmettere qualcosa. Ed è proprio questo che fa la differenza.

La foto deve trasmettere un messaggio, una semplice emozione, anche se ad un profano può sembrare meno bella di altre magari ad effetto (voluto o casuale).
Per esempio a molti piacciono le foto suggestive di "tramonti e mari esotici", ma possono anche non dir niente, o quantomeno essere l'ennesima brutta copia di un soggetto trito e ritrito. Se va bene... ti diranno che è una bella 'cartolina'.
Molto spesso anche di professionisti affermati si capisce che in realtà fotografano in maniera improvvisata.
Non basta nemmeno il "fammolo strano" nel senso inquadrature strane o improbabili, effetti speciali, uso spregiudicato di obiettivi estremi. E nemmeno è sufficente rispettare le 'regole' linguistiche dell'inquadratura (come ad esempio la regola dei terzi).
Certo la parte tecnica va usata, ma deve essere un qualcosa di 'digerito' altrimenti si capisce subito che odora di accademismo.

Nel fotografare bisogna concentrarsi su cosa si vuole dire con quella foto e poi le esigenze tecniche emergono da sole, ed è comunque sempre meglio vedere dei limiti tecnici che delle carenze comunicative.
Anzi un bravo comunicatore è colui che sa sfruttare a proprio vantaggio carenze o impossibilità tecniche (magari dovute al contesto in cui sta operando), luci impossibili, ecc... Bravo è colui che fa di necessità virtù.
E da questo ne traggo che non serve invidiare le macchine fotografiche più costose e professionali, gli obiettivi da nababbi, studi di posa, luci da centrale atomica, modelle da carosello.

Quest'ultimo discorso mi è venuto in mente mentre camminavo per Santiago di Compostela, quando diverse volte (per circa due settimane) ho incrociato una troupe televisiva spagnola: due camions e auto con autista per la bellissima 'giornalista' (o forse modella-presentatrice) mentre stavano girando un documentario (sono comunque certo che verrà molto buono). Io mi vedevo ridicolo con la mia telecamerina mini-DV, però poi ho pensato che questi qui mica hanno fatto gli ottocento chilometri a piedi: la modella con i tacchi a spillo e la gonna con generoso spacco e gli altri con le telecamere e i cavalletti in spalla. E quindi "certe cose" mica possono capirle, anzi sentirle (dentro). Certe riprese camminando sul sentiero mica possono averle fatte come le ho fatte io (anche se tecnicamente non paragonabili). E allora ho cercato di sfruttare il movimento (anzi ad essere sinceri si chiamerebbe mosso...) e di cattiva qualità proprio per dare il senso della pesantezza e della fatica dei passi, di quanto è dura la terra a pestarci sopra per ottocento chilometri, di come la fatica annebbi anche la vista.


La fotografia è un linguaggio di comunicazione specifico e va usato per le caratteristiche, o valenze, proprie che gli forniscono valore aggiunto rispetto ad un determinato obiettivo comunicativo.
Per esempio nella fotografia alcune peculiarità sono:
  • staticità - e questo permette all'occhio di chi guarda di 'riposare' sopra un dettaglio, quindi vedere dettagli che normalmente sfuggono (per questo bisogna curare molto il fatto che non vi siano elementi inutili, sporcizie superflue, perfino cose apparentemente "neutre").

  • profondità - anche questo appartiene all'elemento 'riposo' dell'occhio (sempre di chi guarda), nel senso che ti permette una specie di "vertigine" nel fissare un elemento.
    Esempio tipico certe foto pubblicitarie di gioielli con certe stra-belle e famose modelle. La foto è (ovviamente) ben fatta, la modella stupenda (a dir poco), non vi sono elementi di disturbo ma anzi tutto converge nel valorizzare il gioiello, nel dargli "luce" (la fotografia è dipingere con la luce...). Eppure quello che ti fa fermare a guardare quella pubblicità è un qualcosa che va oltre e senza la quale la pubblicità (e la foto) non sarebbero buone. E' la profondità che si materializza con le luci, la gestualità della modella, le espressioni del volto e soprattutto delle labbra (pare chea parle...) e degli occhi, nell'incarnato della pelle, ma il tutto è "solo mezzo comunicativo" per tirare fuori, una specie di vertigine, certe "sfumature" interne all'animo di chi guarda la foto. Chiaro che qui il fotografo (anzi il regista dell'operazione pubblicitaria) l'ha fatto per scopi "commerciali", per fare in modo prima di tutto che qualcuno si soffermi a guardare e poi che colui che guarda (target d'utenza: maschio di mezza età e medie capacità di spesa che deve essere stimolato a comprare il gioiello per una possibile amante) venga colpito e convinto.
    Però io mi tolgo il cappello e non tanto per il fatto che la foto è fatta tecnicamente MOLTO bene, ma per la sottile emozione che mi fa provare nel guardarla. E non sto parlando di aspetti erotici, bensì della bellezza 'pura' di quella composizione, sintesi perfetta tra forma del linguaggio fotografico, messaggio ed efficacia pubblicitaria.

  • purezza degli elementi - La foto come sintesi sottrattiva. L'estremo (e più difficile) è il bianco e nero, quando vengono tolti TUTTI gli elementi di disturbo, compreso (sembra un controsenso e una assurdità) il colore. Rimane la luce come elemento puro e non va sporcata con elementi casuali di disturbo (macchine sullo sfondo, carte per terra, gesti inutili, espressioni casuali). Il soggetto al limite ultimo diviene quasi un elemento stilizzato. Spesso (almeno quelle dei grandissimi fotografi) le foto in bianco e nero sembrano "semplici e naturali" (parfin da qualcuno go sentio dire: "semo buni tuti de fare na foto cussì").
    Ecco, la cosa più difficile in assoluto è fare le cose semplici. Semi semo in tanti invesse.
    Il massimo della difficoltà sono le foto paesaggistiche in BN. Mi riferisco alle foto di Adams, delle quali ho avuto la fortuna di vedere alcuni originali e che mi hanno lasciato stupefatto (sulle riproduzioni dei libri è difficile apprezzare).
Dunque la foto va pensata in funzione di chi dovrà guardarla (a meno di un estremo narcisismo, o esibizionismo, che risiede solamente nello scattare senza nemmeno vedere il risultato). Anche se si tratta di una semplice "foto ricordo". Pur con i nostri limiti e le nostre possibilità.
La fotografia è comunicazione di una emozione. Ma deve essere colui che la guarda che si emoziona, anche se per trasmettere una emozione anche colui che scatta la foto deve emozionarsi di fronte allo spettacolo che sta ritraendo.

L'errore è che spesso la foto è un ricordo "per colui che l'ha fatta o vi è stato ritratto". Cioè aiuta semplicemente il protagonista a ricordare se stesso. Una specie di quaderno di appunti scarabocchiato.

Ad esempio, il classico caso di chi viene fotografato davanti ad un monumento illustre, dove però il monumento non si vede o almeno non si riconosce o ancora diventa perfino elemento di disturbo. Infatti il soggetto dirà agli amici: "Eco varda qua so mi, so in piassa San Marco", e nella foto c'è lui come un 'pampano' piazzà in mexo ala foto. Non interessa a nessuno, nemmeno agli amici più intimi...

In questa casistica cadono anche certe foto 'di matrimoni' fatte magari dal fotografo professionista di paese.
Difatti questa non è fotografia, è qualcosa d'altro che si potrebbe fare anche scrivendo, oppure (come spesso si abusa) filmando con la telecamerina.
Si abusano le tecnologie senza saperle sfruttare come elementi comunicativi (il filmato va usato per altre sue caratteritiche, molto diverse dalla foto, come ad esempio il movimento, la possibilità di creare souspance usando vari elementi - in termine tecnico si dice multimedialità - tra i quali il più importante è il suono o la musica, ecc... il discorso sarebbe enciclopedico).

Di solito quando parli di foto subito ti domandano: "ma che macchina usi?".
Questo dice che non stiamo parlando di fotografia, ma di tecnologia. Ben altra cosa.
Ecco che quando si cerca di rimediare con la tecnologia, la tecnica fine a se stessa, gli effetti speciali, le stilizzazioni buone per i "concorsi di fotografia", i soggetti che non si capisce che soggetti sono (per questo ci sono altri sistemi comunicativi, per esempio la pittura...), il risultato non può che essere insufficente e banale.
Il motivo è che mancano le idee, manca la progettazione comunicativa.

Un primo passo, molto semplice, potrebbe essere quello di far vedere (ad altri che non lo conoscono) un posto o far scoprire un oggetto, senza pretese di foto "artistiche". Che poi non si capisce perché si chiamino foto artistiche certe cose fini a se stesse.
Ad esempio cominciare facendo delle foto di un posto che vai a visitare, ma con il pensiero di far conoscere ad altri quel posto. Con diverse angolature, cercando di trasmettere in maniera più corretta possibile l'atmosfera, il fascino, le caratteristiche di quel posto.
Magari anche facendo vedere nel 'contesto' i tuoi compagni di viaggio e quello che i loro occhi hanno visto. Questa sarebbe una bella 'foto ricordo', con tutti gli elementi tipici di una foto ricordo compresi anche i tuoi cari ritratti nel luogo che hai visitato.