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.:. piccolo corso di fotografia e tecnica fotografica .:.

vedere fotograficamente e composizione della foto


  1. al posto giusto nel momento giusto
  2. vedere fotograficamente
  3. predisposizione mentale, empatia ed emozione
  4. conoscenze teoriche, allenamento e metodi pratici per vedere fotograficamente
  5. arte e percezione visiva
  6. le figure retoriche e la composizione dello spazio riprodotto
  7. note e approfondimenti

"La perfezione è raggiunta non quando non c'è più niente da aggiungere, ma quando non c'è più niente da togliere."

Antoine de Saint-Exupery

al posto giusto nel momento giusto

Tutto parte dal nostro 'progetto comunicativo', abbiamo pensato alla tal cosa e a come fare per 'fissarla' su di un determinato supporto.

Trovarsi al posto giusto nel momento giusto parlando di foto paesaggistica può sembrare scontato.
Una bella alba non posso coglierla facendo il pigrone e alzandomi verso mezzogiorno.
Tuttavia vi sono moltissime situazioni nelle quali devo conoscere e prevedere quali saranno le condizioni di luce che mi servono. E, possibilmente, devo anche conoscere bene il luogo.
Ad esempio quando un versante della montagna sarà correttamente illuminato o, al contrario, quando sarà in controluce immaginando situazioni difficili e particolari ma con risultati affascinanti da raggiungere e da far risaltare.

Discorsi simili si possono fare riguardo alle stagioni: l'inverno con la neve e l'aria tersa, le nebbie autunnali, i temporali estivi, ecc.

Certo, la programmazione è importante, ma un forte ruolo lo gioca anche la casualità del momento.
Però una cosa è certa e fa una certa differenza, trovarsi al posto giusto in maniera casuale-casuale può, a volte, regalare ottimi risultati, ma è un colpo di fortuna nel vero senso della parola, mentre trovarsi al posto giusto nel momento giusto a volte il caso può rovinarci la festa, ma abbiamo buone probabilità di fare ottime foto.

Tralasciando il paesaggio, se possiamo disporre della modella e scegliere il luogo adatto teoricamente queste problematiche dovrebbero risolversi. In realtà, escludendo la foto da studio o lo still-life, anche in questo caso dobbiamo programmare la luce e i luoghi più adatti ad ottenere il risultato che ci siamo prefissati.

Altra situazione che rientra 'al posto giusto nel momento giusto' riguarda i soggetti che non possiamo 'dirigere'.
Classico il caso dell'avvenimento sportivo. In questi casi ha un ruolo importantissimo l'allenamento, non quello dello sportivo, ma quello del fotografo che sa, in anticipo, dove e cosa accadrà e dove e come prepararsi a cogliere al volo la situazione.

E poi le classiche situazioni tipo 'matrimoni' o 'gita con amici'.
Qui, più ancora che in altre occasioni, si devono unire il filo conduttore della storia a cui dare un senso, importantissimo in questi casi una vera e propria 'storyboard' come si dovesse girare un film, con il trovarsi nell'angolino più opportuno al momento opportuno, all'eventuale predisposizione delle luci o allo studio della luce naturale (ad esempio in una chiesa se si decide di operare senza luci artificiali), alla capacità fulminea di vedere una espressione anzi, meglio, di prevedere di qualche decimo di secondo l'evoluzione di quella espressione.
In queste situazioni la differenza la fa l'allenamento sommato all'esperienza.
Praticamente impossibile il colpo di fortuna! Anche perché si tratta di una serie di foto, non di uno scatto singolo, che devono integrarsi in una storia, in un progetto coerente.

vedere fotograficamente

Siamo al dunque: abbiamo una buona macchina, sappiamo usarla, sappiamo esporre e mettere a fuoco correttamente, siamo di fronte ad un bel soggetto. Ora si tratta di passare all'azione, quella vera, fotografare!

In realtà si dovrebbe dire pre-vedere, ossia trarre una relazione tra scena reale e risultato che ci siamo prefissati.
Come già detto emergono le differenze di 'visione' tra occhio e 'obiettivo della macchinetta', uno dei due evidentemente 'interpreta' e 'ragiona', l'altro è obiettivo, a voi quali dei due.

Come prima operazione si tratta di 'togliere' tutti gli elementi di disturbo, possiamo definirlo 'il rumore'.
In alcuni casi si tratta di spostare fisicamente qualcosa: ad esempio una macchina mal parcheggiata, oggetti, suppellettili, oppure far spostare persone. Altre volte basta che si sposti il fotografo, magari solo di qualche centimetro o qualche metro, abbassarsi o alzarsi per mascherare le cose indesiderate.
Più subdole forme od oggetti sfocati che compaiono, ad esempio, dietro o a fianco di un primo piano. Può capitare che il ramo dell'albero o una ombra sfocata sembrino delle 'corna' sulla testa della nostra ragazza...

Altre volte si tratta di fare di necessità virtù.
Per esempio ho un bel mare curvato a golfo con sullo sfondo una sinuosa montagna a due gobbe (senza tanta fantasia: il golfo di Napoli) ma ho un unico punto molto ristretto dal quale posso fotogafare e, proprio sotto, una macelleria di auto e gente.
In questo caso devo ripensare completamente al mio scatto, tralascio la foto 'effetto cartolina' e mi spingo a rivoltare un po' all'insù l'obiettivo saltando sopra teste e macchine e valorizzando solo la fetta alta del golfo, la linea sinuosa del monte e lasciando ampio spazio al cielo che, se sono anche fortunato, mi dispone delle nuvole accattivanti.

Tornando alla situazione 'matrimoni' o 'gita con amici', potrebbe succedere che si decida per qualche foto 'singola' da riprodurre a grande formato in un quadro, per una serie di foto più 'formali' scopo il classico album, altre ancora più informali per un album scanzonato e leggero ed infine una sequenza da montare multimedialmente in audio-video e da vedere su Dvd (molto migliore, a mio avviso, dei 'filmatini' o 'filmatoni' da pizza indigesta, da telecamerina).
Qui la cosa diventa complessa, anche se l'esercizio è molto interessante spingendomi ad affermare che è proprio con questi metodi 'brutali' che quantomeno si fanno le ossa ed i muscoli per diventare un buon fotografo, anche se per il tocco di grazia poi servono altri metodi di studio.
Qui si devono predisporre diversi 'progetti comunicativi', uno per ogni supporto.
La difficoltà consiste nel dover lavorare in 'multitasking', in parallelo e contemporaneamente, dove ogni singolo scatto va 'collocato' nel giusto progetto (anche se stipato alla rinfusa in una unica schedona di memoria) pur dovendo realizzare, a volte anche in frazioni di secondo, scatti della medesima situazione.
Non rimane alcuno spazio per la fortuna.

Sintetizzando si potrebbe dire che vedere fotograficamente significa estrarre il soggetto dal contesto in cui si trova, ricontestualizzandolo solamente con gli elementi necessari, pochi e molto curati, in funzione del risultato che vogliamo ottenere di quella foto mirata al 'progetto comunicativo' che avevamo predisposto.

Tuttavia, parlando in termini comunicativi, deve essere rispettata la prima regola
  • Un oggetto, o nel nostro caso una idea, deve servire allo scopo per cui è stato prodotto.
    Come dire : a nulla servono le messe in scena o 'il design' se manca la sostanza, che nel nostro caso è il significato, il messaggio che volevamo trasmettere.

predisposizione mentale, empatia ed emozione

Una foto, per essere efficace, deve trasmettere qualcosa a colui che la guarda. E la prova del nove la si ottiene se 'quel qualcosa' interessa colui che non ha un rapporto diretto con il soggetto ritratto.
Per capirci: la foto ricordo preziosissima per due persone può essere totalmente insignificante per il resto dell'umanità.

Far vedere foto ad altri, siano essi i nostri amici più cari, è sempre un atto comunicativo, altrimenti sarebbe solamente un appunto personale scritto con un mezzo un po' diverso dalla carta e penna.
Quindi, anche nella più banale delle composizioni, devo mettere in atto regole comunicative.

La foto del mio caro gattino, rullato in mezzo alla strada da una auto cafona, può commuovermi insopportabilmente sia nel momento in cui l'ho scattata e sia nel momento del ricordo, ma lascia indifferenti i più.
Però solo se ho provato emozione al momento dello scatto, restando tuttavia razionalmente coscente delle problematiche tecniche e comunicative, posso, forse, in qualche modo ambire ad offrire emozioni ad altri.
Se non ho provato emozioni io stesso, non è in alcun modo possibile che colui che vede la mia foto provi delle emozioni.
Questo è quello che, generalmente, la foto sposta: l'emozione dell'autore consegnata al fruitore, una specie di macchina del tempo e dello spazio.

Per far questo, ovviamente, è importante conoscere la 'macchinetta' e le tecniche di ripresa, le tecniche compositive ed avere allenamento ed esperienza, ma non è ancora sufficente per ottenere una foto che dica qualcosa.
Probabilmente, restando in campo paesaggistico, otterremo una 'bella cartolina'.

Una foto 'che comunica' deve avere una anima.
Perciò è estremamente importante la predisposizione mentale verso il soggetto, questo significa conoscenza, frequentazione e studio di quel soggetto.
E poi l'empatia che, in parole povere, significa che non posso ritrarre il mare se l'acqua mi fa schifo e che non saprò ritrarre la montagna se non amo camminare nei meandri più faticosi della montagna, che meglio cambi lavoro se odio gli assembramenti di gente festante per il matrimonio.

E che, digerito tutto questo cancellandolo dalla mente, alla fin fine devo lasciarmi andare e gustare quel brivido di carezza che mi scorre sulla pelle e lungo la schiena quando osservo le manifestazioni della natura. E trasformare questo nell'atto di premere un pulsante.

conoscenze teoriche, allenamento e metodi pratici per vedere fotograficamente

Abbiamo già visto, in parte, alcune conoscenze teoriche relative all'inquadratura come ad esempio la regola dei terzi.
Tra teoria e allenamento dobbiamo porre l'accento sull'isolare il soggetto dal contesto che ci avvolge.

Innanzitutto il riquadro è solamente una piccola finestra riproducibile sul fotogramma (escludendo le foto panoramiche a 360 gradi di realtà virtuale), considerando anche il fatto che in quella finestra non trovano posto suoni, odori e tutto quel contesto che contribuisce a creare quelle suggestioni che, nel nostro discorso, possiamo chiamare extrafotografiche, ma che spesso spingono a scattare per cercare di catturare quell'emozione che non può essere fissata in una muta pellicola.
Tuttavia questa finestra non dobbiamo pensarla come ad una specie di 'ritaglio' dell'ambiente che ci circonda, bensì come ad uno spazio da comporre e da riempire. Non è neppure una 'cornice', ma uno 'spazio proprio' che già dalla sua forma, quadrata o rettangolare verticale o orizzontale, fa da piattaforma al nostro messaggio.
Parafrasando la musica il riquadro corrisponde alle righe del pentagono dove appoggiare le note e il fotogramma al metronomo che scandisce il ritmo.

La prima fase consiste quindi nell'astrarsi, quasi in maniera asettica, da quel contesto per immergersi nell'emozione fotografica fatta di segni, masse, equilibri, sfumature di luce, sprazzi di colore che possono trasmettere a chi guarda la foto quelle emozioni che magari erano presenti nel contesto in cui stavamo operando, ma che il mezzo tecnico/fotografico da solo non poteva rilevare.
A volte mi è capitato di scattare una foto pensando all'odore (o profumo) del luogo dove stavo operando, con l'idea fissa di far percepire a chi guarda la foto quell'odore. Chiaramente un qualcosa che non può essere trasportato fisicamente dal supporto fotografico, ma un qualcosa che la fotografia deve saper stimolare nel cervello di chi la guarda.

Ora concentriamoci nel riquadro da riprodurre, pensandolo come una specie di supporto vuoto dove appoggiare i vari elementi e non come un 'buco' da dove guardare cosa 'rubare'.
Per non cadere nell'insidia della banalità mentalmente isoliamo il soggetto, o elemento principale, al quale affidare il compito di trasportare l'informazione che volevamo dare alla foto. E' un po' come lo scheletro osseo rispetto al resto di un corpo.
Già, ma quale è il soggetto principale della nostra foto?
Con un soggetto umano la risposta è abbastanza facile.
A seconda della grandezza rispetto al fotogramma potrebbero essere gli occhi, la faccia o la testa, l'intero corpo e una piccola sagoma in un ampio orizzonte.
E quando entriamo nel campo paesaggistico, un paesaggio montuoso oppure una spiaggia piatta?
Qui la faccenda si complica e ci è più utile ragionare sul 'punto focale' inteso in termini comunicativi più che ottici, ma che spesso corrispondono.
Dobbiamo interrogarci sull'efficacia informativa del soggetto.
E nuovamente ci ritroviamo al punto di partenza, sia che si tratti di un soggetto umano che un paesaggio quasi astratto l'unica via d'uscita è la progettazione del messaggio, scorporando le emozioni, i ricordi, le allusioni personali, dalle caratteristiche compositive del soggetto ritratto finalizzate al progetto comunicativo atteso.

Fatti questi primi grandi passi possiamo arricchire, rafforzare, rendere memorabile una foto aggiungendovi altri elementi più o meno importanti, a volte fondamentali, quali linee grafiche, soggetti secondari, elementi sfocati, piani sfuggenti, colore. Un po' come gli organi vitali sostenuti dallo scheletro, che sinergicamente danno vita a quel corpo.

Meno sono gli elementi che rivestono lo scheletro e più difficile diventa far funzionare quel corpo, pardon dare un senso a quella foto. E, nello stesso tempo, più il messaggio acquista forza.
E' per questo che l'arte della fotografia in bianco/nero è particolarmente difficile.

A questo punto, allora, possiamo iniziare a parlare di composizione della foto.
Cioè la maniera con cui il fotografo tratta il soggetto e gli elementi di supporto finalizzati al nostro (fotografico) linguaggio.
Intuiamo che per superare la barriera tra manierismo e arte dobbiamo conoscere perfettamente le regole grammaticali di questo linguaggio e nello stesso tempo buttarle all'aria.
Riferendoci, ad esempio, ai corsi di 'scrittura creativa' possiamo imparare come scrivere correttamente e bene, ed anche a volte imparare ad esprimere la nostra creatività, tuttavia non possiamo imparare ad essere un artista.
L'artista è colui che sfida le regole comunicative.
E l'arte un valore aggiunto, una folgorazione, che sostenendosi al di sopra delle regole fino ad allora codificate, da vita a qualcosa di nuovo.

arte e percezione visiva

Scendiamo sempre più tra le fondamenta teoriche dell'arte.

Un libro molto importante che indaga su come percepiamo visivamente le espressioni artistiche, in particolare la pittura e quindi, di riflesso, la fotografia, è Arte e percezione visiva di Rudolf Arnheim (Edizione Giangiacomo Feltrinelli).
E' un trattato interessantissimo che, pur teorico e psicologico, getta alcune fondamenta percettive legate al modo con cui il nostro 'hardware/software', l'occhio e il cervello, percepiscono-vedono-interpretano il mondo fisico che ci circonda, particolarmente importanti nel comporre il fotogramma che è espressione bidimensionale della nostra arte, la fotografia.
La lettura è consigliabilissima, il libro indaga
  • equilibrio - i rapporti tra masse visive e forze percettive tra equilibrio fisico degli elementi e percezione psicologica, con i concetti di alto/basso, sinistra/destra, pattern/peso/direzione
  • configurazione (shape) - la visione come esplorazione attiva e organizzazione della percezione, indagando sull'essenza degli elementi, o semplificazione, tra integrazione e suddivisione di gruppi di forme, somiglianze differenze, scheletri strutturali e inganni visivi che il nostro cervello percepisce
  • forma (form) - contesto e occupazione nello spazio di un oggetto e proiezione visibile della forma/superficie del contenitore
  • sviluppo - evoluzione della rappresentazione per immagini
  • spazio - linea, contorni, figure, sovrapposizioni, trasparenze, cornici e il loro rapporto con la tridimensionalità e la profondità nello spazio occupato
  • luce - illuminazione, luce come creazione dello spazio, le ombre, il simbolismo della luce
  • colore - teoria dei colori, reazione ai colori, armonia, scale e combinazione di colori
  • movimento - avvenimenti come manifestazione del tempo, sequenza, direzione, velocità forze motrici
  • dinamica - la tensione guidata, il movimento immobile
  • espressione - struttura ed espressione, simbolismo

le figure retoriche e la composizione dello spazio riprodotto

Passando tra percezione visiva teorica e attuazione pratica finalizzata alla fotografia, indaghiamo le strategie operative, o forma del linguaggio, con cui si può agire per raggiungere il risultato atteso.

Prima di applicare alcune 'raccomandazioni' di composizione del fotogramma, che noi fotografi dobbiamo cercare di attuare, ma che sono finalizzate a fare in modo che il fruitore della foto riesca a leggere, comprendere, intrerpretare ed infine a vibrare sulla nostra foto, riprendiamo l'abbinamento che abbiamo fatto con la scrittura e studiamo quelle che vengono definite le 'figure retoriche'.
Ricordiamoci che la Retorica non è l'arte di parlare a vanvera, ma l'arte di parlare bene!
E questo avviene rispettando le regole grammaticali ed anche cercando particolari effetti che esaltino, nella testa dell'interlocutore, il nucleo fondante del messaggio da trasmettere.
Quindi parole (o foto) che riproducono 'esattamente' e 'asetticamente' una realtà e folgorazioni mentali che diano a quelle parole sublimazione e passione.

Pertanto la figura retorica è una sorta di schema mentale a cui l'uomo fa ricorso, involontariamente o stuzzicata ad arte, per comunicare in modo più efficace un pensiero e il suo significato.

Se ne abbiamo voglia approfondiamo l'arte della retorica, complessa ed inestricabile ragnatela fatta di figure
tipologia figuraareaalcune figure principali
dizioneforma della parolaafaresi, sincope
elocuzioneuso della sintassiasindeto, polisindeto, allitterazione, sinonimi, contrari, epiteti
ritmodisposizione, intreccioonomatopea, allitterazione
costruzionemacro disposizione fraseanafora, chiasmo, iperbato, zeugma
significatoalterazione, tropo, traslazionemetafora, perifrasi, eufemismo, iperbole, metonimia, sineddoche, antonomasia
pensierointensità, incrocioesclamazione, apostrofe, iperbole, litote, reticenza, allegoria, similitudine, ossimoro

Anche nel riquadro di una fotografia possiamo concentrarci in alcune 'figure' (per così dire retoriche), 'inquadrate' in schemi compositivi, che 'mettono a fuoco' l'idea comunicativa che ci siamo prefissi.
Quello che abbiamo a disposizione è il soggetto e la sua essenza, cioè quello che lo definisce e lo specifica, e la maniera più performante di disporlo nell'inquadratura.

tipologia figura schemadescrizione
equilibrio regola dei terzi regola dei terzi regola dei terzi regola dei terzi Non è necessariamente una figura simmetrica, non è una figura di 'quiete'.
E' un qualcosa che ci appaga, anche solo per un attimo o per un incrocio di forze, segni, pulsioni dinamiche.
Paradossalmente il mettere esattamente al centro del fotogramma il soggetto, se non si è particolarmente bravi nell'esaltarlo, porta a composizioni particolarmente difficili che rischiano di essere squilibrate oppure banali.

Vi rientra la cosidetta regola dei terzi o regola aurea.
Tuttavia vi sono disposizioni, molto accattivanti e particolarmente forti, che non prevedono questa rigida simmetria, si pensi al classico esempio della Torre del Palazzo Vecchio di Firenze, che non si trova esattamente 'sul terzo' di destra, ma leggermente asimmetrica.
Un brivido che infrange la regola dell'equilibrio, ma che esalta la forza dell'architettura ponendosi a cavallo con la 'figura del dinamismo'.
dinamismo dinamismo dinamismo dinamismo Non solo rappresentazione, pur sempre statica, di un movimento.

In fotografia è soprattutto uno spostamento della posizione del soggetto rispetto all'asse ideale teorizzato nella figura dell'equilibrio. Una specie di rottura delle convenzioni, un equilibrio squilibrato, che tuttavia rafforza la lettura senza portare a rivoluzioni che annegano nella banalità. Come dire : un equilibrio difficile, da sostenere, ma che dona intensità al soggetto.
E ci ritorna buono l'esempio del Palazzo Vecchio di Firenze.

Oltre al dinamismo 'statico' vi rientra anche il percorso dell'occhio che va guidato nel leggere il soggetto. Questo rivolto sia al trasmettere la sensazione di movimento vero e proprio del soggetto e sia a contribuire a rafforzare le figure di 'direzionalità' e 'profondità'.
direzionalità direzionalità direzionalità direzionalità Andare verso, venire da.
Rientra nello schema mentale della lettura di un testo scritto con la convenzione direzionale da sinistra a destra, mentre ad esempio nella lingua araba è da destra a sinistra.
Se metto il soggetto a sinistra, rivolto verso il centro del fotogramma, avrò l'impressione che stia arrivando e stia per 'immergersi' nel constesto dello sfondo.
Se metto il soggetto sulla destra, rivolto verso il centro, leggerò dapprima lo sfondo per poi portare l'energia verso il soggetto che in questo caso acquista intensità.
Difficilissima invece la composizione quando il soggetto e rivolto verso l'esterno, una situazione molto squilibrata.
profondità profondità profondità profondità E' l'ordine gerarchico relazionale ed anche disposizione e posizione gerarchica dei vari elementi rispetto al soggetto principale.
Spesso va di pari passo con la figura della 'messa a fuoco', anch'essa finalizzata a stabilire il soggetto principale rispetto al contesto, tuttavia può anche giocare sulla semplice disposizione sfruttando le precedenti figure di equilibrio, direzionalità e dinamismo in modo da non 'decontestualizzare' il soggetto pur mantenendo le posizioni di forza e l'individuazione del soggetto.
fuoco fuoco Rispetto alla figura della profondità si differenzia nel giocare con la tecnica della 'profondità di campo', in modo da isolare maggiormente il soggetto fin quasi a 'decontestualizzarlo'.
Può essere un modo per concentrare tutta l'energia nel soggetto oppure anche per dargli tridimensionalità.
ritmo ritmo ritmo ritmo disposizione, intreccio, texture
esempi
fuoco

'focus' = fuoco e profondità di campo



vedi anche il capitolo : alcune valenze compositive nelle foto di paesaggio e di natura
  • guidare lo sguardo
  • ripetizione
  • frattalità
  • trama (texture)
  • segni e figure antropomorfe
  • figure impossibili

note e approfondimenti